I matti sono apostoli di un Dio che non li vuole.
Così cantava Simone Cristicchi ormai dieci anni fa.
L’ispirazione per Ti regalerò una rosa sembra essere nata dal manicomio abbandonato di Volterra, enorme struttura oggi dismessa. Insieme a quello di Mombello in Lombardia e a quello delle Ville Sbertoli a Pistoia, segna i tre nodi nevralgici del lavoro che vi propongo oggi.

L’autrice è Silvia Borri, fotografa triestina conosciuta durante il mio percorso in IED – da cui spero di poter ricavare ancora numerose storie da raccontarvi. Il progetto è stato realizzato proprio come tesi finale e contributo alla nostra mostra collettiva dal titolo Confini.

Mombello è stato il primo luogo visitato ed è, probabilmente, il più “famoso” per i nativi del nord Italia. Definito da giornali e blog, che saltuariamente lo riscoprono, come uno dei posti più spaventosi del nostro paese, racchiude la chiave del suo fascino proprio nel connubio tra storia e contemporaneità. La struttura, che fu attiva come ospedale psichiatrico dal 1863 all’avvento della legge Basaglia, ospitava centinaia di malati – disposta per un massimo di 900 pazienti, superò ben presto questa soglia. Oggi non è solamente meta di turisti dal gusto macabro.
I segni dispersi per la villa ne sono l’inquietante indizio: graffiti di contenuto esoterico e strumenti di fortuna per il consumo di stupefacenti spiccano per cupezza.

A Volterra, Silvia ci è andata in auto, da Trieste. Quasi come un pellegrinaggio. Mi è piaciuta molto un’espressione che ha usato per raccontarmi di questa sessione, quando mi ha detto che è stato quasi catartico. Penso al viaggio e al flusso di lavoro fotografico nella fase di scatto, e quasi riesco a sentire anche io qualcosa che si avvicina molto all’idea che mi sono fatta di quel momento.
Il complesso di tre edifici ha assolto la funzione di ospedale psichiatrico dal al 1887 al 1978. Sotto la direzione di Luigi Scabia, conobbe una stagione particolarmente florida. Il manicomio funzionava come un vero e proprio villaggio autonomo grazie alla filosofia della terapia del lavoro, per cui i pazienti disponevano di denaro e realizzavano un’economia interna che venne presto rivista sotto la luce dello schiavismo.

Pistoia è la terza e ultima tappa (per ora) di questo progetto.
Le Ville Sbertoli, un complesso attivo come istituto psichiatrico dal 1868 a Basaglia, spiccano certamente per il gusto estremamente raffinato delle costruzioni, ricche di decori raffinati ancora oggi visibili. La storia vuole che il Professor Sbertoli abbia fondato la sua casa di cura in questo complesso di sua proprietà per poter accogliere in prima persona il figlio malato senza allontanarlo da un ambiente famigliare, tuttavia fonti discordanti sostengono che la scelta sia ricaduta su questa zona principalmente per il clima estremamente favorevole alle condizioni di salute dei pazienti.

Qui Silvia ha trovato anche alcune cartelle cliniche; è solo il più palese degli esempi di racconti che questi edifici hanno per chi ancora si interessa di ascoltarli.

Il reportage fotografico che vi propongo è stato scattato proprio con questa intenzione. Fermare tutto, tramandare, non disperdere nemmeno un pezzetto di quelle vite, prima che i luoghi cadano nella rovina più grande, prima che non si riesca più a leggere nulla o che nuove vite vi si intreccino irrimediabilmente.

L’intenzione di ricordare.

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