Prodotto da Netflix e per la regia di Rod Blackhurst e Brian McGinn, è uscito il documentario su Amanda Knox, la principale accusata per l’omicidio di Meredith Kercher.

Ho aspettato a scrivere questo pezzo perché non sono sicuro dell’opinione che me ne sono fatto. A dire il vero non sono sicuro dell’opinione che mi sono fatto di tutta la vicenda.

Innanzitutto la grande assente di tutto il documentario è proprio la vittima, Meredith, una ragazza inglese venuta anche lei in Italia a studiare per l’Erasmus a Perugia come la Knox ma che si è ritrovata morta con la gola tagliata durante la notte di Halloween. Di lei si parla poco e sempre solo indirettamente. D’altronde manca anche un’analisi un po’ più approf
ondita del presunto colpevole ora in carcere, l’ivoriano Rudy Guede. “Ma il documentario si intitola Amanda Knox, mica Meredith Kercher o, al peggio, Rudy Guede… che cazzo ti lamenti?” mi direbbe il solito professorino web-addicted. Ed è vero. Ma perché si intitola così? Cosa ci vuole davvero dimostrare questo piccolo docufilm? Qualcosa che non sappiamo? Aggiunge elementi prima ignoti alla vicenda?

Amanda Knox arrives at her trial for the murder of Meredith Kercher in 2009

Io direi di no. L’intento è più che chiaro sin dall’inizio: rivalutare l’immagine pubblica di Amanda Knox, proprio la Amanda Knox il cui nome compare nel titolo. Lei. E anche un po’ l’immagine di Raffaele Sollecito, suo amorazzo italiano conosciuto proprio poco prima dell’omicidio. E se all’inizio è la stessa Amanda ad aprire il film con una dichiarazione che lascia gli spettatori di fronte ad un bivio del tipo “Potete credermi oppure no… se io sono colpevole sono la figura da temere di più”, beh, alla fine non posso dire di essere giunto a farmi realmente un’idea su quanto possa essere davvero stata lei. La realtà dei fatti è però una: lei e Sollecito scagionati, Guede in carcere.

Fatico a stare dalla parte degli investigatori italiani, in particolare del pm Giuliano Mignini che afferma di essere sempre stato un appassionato di gialli, specialmente di Sherlock Holmes, e si professa cattolico convinto tirando in ballo la giustizia divina almeno un paio di volte. Soffro ma devo dare ragione agli americani quando presentano i metodi di indagine italiani come inadeguati. Maccheronici: gente che faceva avanti e indietro dalla scena del crimine senza soprascarpe. Prove prese senza mai cambiare i guanti.. Contaminazione di prove in laboratorio tra cui la stessa presunta arma del delitto. Ma a me sinceramente è venuto il sospetto che tutta questa attenzione alla fase investigativa scientifica fatta alla cazzo di cane serva anche a perdere di vista elementi più sottili.

 

Sollecito, un ragazzotto di provincia che viene presentato come il ragazzo della porta accanto ma che, per sua stessa ammissione, aveva sempre avuto problemi ad avvicinarsi alle donne, Amanda, la ragazza di Seattle che viene in Italia sperando di mangiare bene e trovare l’AMMORE… vengono stereotipati come la coppietta di poveri innocenti tartassati dalla polizia che li ha spinti ad ammettere cose mai fatte, a fare affermazioni in cui si incriminano a vicenda, accusano altre persone (come Lumumba, altro africano proprietario del bar in cui lavorava Amanda) che poi si scoprono innocenti. E se è vero che era stata fatta un’eccessiva pubblicità mediatica alla Knox che aveva trasformato la sua immagine in quella di una pervertita che nascondeva istinti sessuali e violenti sotto la maschera di una tranquilla studentessa fuorisede, è anche vero che il docufilm di Netflix la estremizza dall’altro lato presentandoci una ragazza sprovveduta, vittima della violenza psicologica di un sistema giuridico spietato.

 

Sentendo le dichiarazioni di Amanda Knox che rientra, a detta sua, da casa del fidanzatino Sollecito e non si stupisce della porta di casa aperta, delle molteplici strisce di sangue che trova nell’appartamento e soprattutto in bagno ma, una volta giunta di fronte al water, trovandosi di fronte una merda di dimensioni elefantiache, si indigna perché qualcuno non ha tirato l’acqua, qualche domanda continuo a farmela. Seguendo le vicende poco chiare degli sms mandati al suo datore di lavoro ma anche il suo tentativo di accusa nei suoi confronti per cercare di scagionarsi, sentendo le giustificazioni di un altrettanto poco chiaro Sollecito… ecco… qualche domanda continuo a farmela.

 

E forse, ripensandoci, il senso del documentario, in soldoni, è proprio questo: da una parte la stampa non aveva risparmiato toni di condanna estremi verso Amanda, trasformando il processo giuridico in una grande caccia alla strega mediatica. Dall’altra parte ora loro cercano di rivalutare Amanda dipingendo un quadro di ragazza della porta accanto che però, a mio parere, stona comunque. Che Amanda sia effettivamente un agnellino che ha avuto un raptus omicida? Che Amanda sia innocente e sia semplicemente vittima delle circostanze? Non lo sapremo mai. Ma lei e Sollecito sono stati assolti. Un’altra ragazza di cui presto ignoreremo il nome, cancellato dall’ingombrante nome della Knox scritto a caratteri cubitali, è morta. E un altro tizio che tutti ci siamo completamente dimenticati, è in galera.

 

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