Good morning.

Avrò avuto undici anni o dodici. È inutile dirvi che le cose erano diverse da oggi. Nella casa di campagna dove andavamo in vacanza, per dirne una, non avevamo il telefono. La televisione sì. Ma in bianco e nero.

Mio nonno però si era arredato il vecchio fienile trasformandolo in un salottino un po’ chic. Spesso lo chiudeva anche a chiave. Una volta però l’avevo trovato aperto e ci ero sgattaiolato dentro. Vicino al divanetto c’era un giradischi. Leggeva solo 45 giri. Nel mobiletto avevo trovato una pila di dischi. Ne presi uno a caso, lo misi su e fu colpo di fulmine. Un colpo di fulmine che dura da una trentina d’anni. Era il singolo di “Penny Lane” dei Beatles.

 

Il film

img_6185A distanza di tutto questo tempo sono riuscito ad andare a vedere “The Beatles: Eight days a week”, il documentario di Ron Howard sulla band di Liverpool. Una proiezione speciale che durava solo una settimana. Mi sono sentito anche un po’ un figo. Partecipare ad un evento speciale. Me l’hanno fatto pagare in tutta la sua specialità (14€) ma non ho rimpianto nemmeno un centesimo. Ci sono andato da solo. Eravamo io, cinque persone di una certa età e i Beatles.

 

Non è esattamente un film sui Beatles. È un film su un determinato periodo della band. Parla di quella prima fase in cui i ragazzi erano giovanotti allo sbaraglio che muovevano i primi passi al Cavern di Liverpool per poi finire a fare tour in tutta Europa, negli USA e in Asia lanciati da Brian Epstein.

Un periodo lungo anni in cui i Beatles non avevano un attimo di tregua. Una scalata mai vista prima. Mai. La gente impazziva. Esistevano solo loro. All’inizio ero un po’ sorpreso dal taglio molto asciutto del documentario, senza troppi fronzoli. Poi ho capito. Non c’era bisogno di nient’altro. Solo loro.

Sembra di essere in tour con loro. Si è con loro nel lettone dell’albergo dove John e Paul scrivevano le loro canzoni, si è con loro quando Ringo prende per il culo i giornalisti. Si è con loro sul palco e si capisce che in quegli anni lì i Beatles erano delle bestie da palco. Ringo Starr picchiava come un dannato sulla sua batteria e tutti e quattro non sbagliavano un colpo. Al punto più alto della popolarità suonavano in stadi che non avevano mai ospitato concerti (sono stati i primi ad usare gli stadi per suonare), la VOX gli costruiva degli amplificatori più potenti apposta, i fan erano pazzi, svenivano, li aggredivano, li inseguivano.

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Si sta con loro sul set dei loro primi film e si scopre che durante le riprese di “Help” fumavano marijuana a livelli importanti. Si è con loro anche quando Lennon afferma che i Beatles sono più famosi di Gesù Cristo. E partono i roghi dei loro dischi, dei poster, di tutti i gadget. Scena da Medioevo o da Rivoluzione Culturale cinese, giovani che spaccano i vinili dei Beatles. Ma aveva ragione Lennon, anche se era stato costretto a rimangiarsi le parole. Nel tempo sono molto più famosi i Beatles del Cattolicesimo. In Italia è difficile comprenderlo ma fidatevi. È così.

Alla fine i Beatles, schiacciati dal loro stesso fenomeno si ritirano, non vogliono più essere inseguiti dalle fan, travisati dai giornalisti, aggrediti dal primo che capitava, minacciati di attacchi bombaroli ai loro concerti. Non vogliono più che la gente vada a vederli come fossero dei fenomeni da baraccone. Si ritirano dai concerti. Se ne vanno nel loro studio. Vogliono diventare qualcun altro. Diventano la Sergent Pepper Lonley Heart’s Club Band e scrivono uno degli album più famosi e magnifici della storia. Ma non la storia della musica. La Storia quella vera. Con la S maiuscola. History. Con la H maiuscola.

Suoneranno ancora una volta. Sul tetto degli Apple’s Studios. Quelli che vediamo non sono più quattro ragazzetti con i loro completi eleganti e i capelli a caschetto. Sono quattro uomini. Hanno i capelli lunghi. La barba. Harrison e Lennon indossano delle pellicce molto glamour. Lennon è diventato quello che conosciamo oggi, coi suoi occhialini rotondi, quello di “Imagine”. Ringo è vestito tutto di rosso. McCartney è l’unico che ha un completo vagamente serio. È il loro testamento.

 

Alla fine del film proiettano ancora il concerto allo Shea Stadium di New York nel 1965. È come essere lì. Sono insieme a loro ma anche insieme a queste ragazzine coi vestiti di cotone a fiori. Mezz’ora di concerto della più grande band della storia. Una manciata di pezzi abbastanza tirati, Ringo Starr aveva confessato che non sentiva niente e andava a memoria guardando il culo dei tre compari e i loro piedi che battevano il tempo per capire a che punto della canzone fossero. Niente spie per avere un ritorno della voce. Cantavano senza sentirsi. Ed erano perfetti.

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And in the end the love you take is equal to the love you make.

 

Me ne vado dal cinema un po’ come quando ero tornato dal salottino di mio nonno una trentina di anni fa con in mano i 45 giri dei Beatles. Riesco a pensare solo a loro quattro. Non mi stropiccio la faccia, non grido e non svengo come le loro fan degli anni sessanta. Ma le capisco. Cazzo se le capisco.

 

 

 

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