In Calabria, precisamente ad Altavilla di Lopparo, le chiamano Jestigne ovvero “maledizioni bonarie” che, per quanto possano apparire tremende, sono usate quasi in senso scaramantico ironico, e spesso rivolte ai propri familiari. Eccone alcuni esempi: Va joca a ru stiriddu! 
(Vai a giocare alla lippa, come per dire non sai giocare. ) – Chi te vo bbenì na malanova! Malanova chi te vinne! (Che ti arrivi una brutta notizia! ) – Chi vo ammutare! (Che tu possa ammutolire! ) – Chi te via fissa! (Che tu possa essere fesso!) – Chi vo fa a pipita! (Che ti venga la pipita, malattia che ai volatili fa ispessire la lingua)! – Chi te vo mpesà u diavulu! Che ti possa prendere il diavolo! – Chi vo bbeni nu terrimutu a rotedda! (Che possa venire un terremoto rotatorio! ).

Per noi italiani in SoCal e dintorni si potrebbe aggiungere la seguente jestigna: Chi te via Pellegrino! (Possa tu diventare Pellegrino!) ovvero che tu possa diventare Pellegrino Artusi, una delle massime autorità nella storia della cucina italiana.

Ho capito questa situazione il giorno di Natale mentre aprivo i miei regali che, nell’ordine sono i seguenti: macchina per tirare la pasta e fare le tagliatelle, un clone della mitica Impera, poi un raffinato trespolo per essiccare le tagliatelle, un mattarello, due stampi per agnolotti, un mortaio di marmo con pestello sempre di marmo, uno spemi aglio altamente tecnologico, un poggia utensili a forma di agnolotto, un timer da cucina con incorporata palla di neve e Babbo Natale, alcuni sali marini per partire con quello di Trapani e arrivare a un sale Maya e poi tazzine di dimensioni umane per poter gustare un buon caffè italiano, caffè macinato giusto per la mia moka, due parannanze da cuoco e altri ammennicoli da cucina sui quali troneggia una impastatrice orbitale di discrete dimensioni.

Strana coincidenza, mi sono chiesto, come avranno fatto persone diverse a convergere su oggetti che si integrano? Telepatia gastronomica? La mia fama di cuoco italiano ha varcato i confini del paranormale? Che io sia diventato un Twilight Zone Cook? No, nulla di tutto ciò. Dopo una rapida indagine, ho scoperto una vera e propria simpatica cospirazione con relativa lista di “miei” desideri su Amazon così da potermi fornire gli strumenti indispensabili per poter cucinare i mitici agnolotti da me tanto spesso citati e decantati! Questo hanno confessato i congiurati facendo un elogio delle mie capacità culinarie che quest’anno sono state esaltate da una, a dir loro, strepitosa amatriciana. Prossimamente starò molto attendo a parlare di specialità piemontesi se non voglio che la mia cucina diventi una vera e propria cucina professionale, in fondo per me cucinare, come diceva Nino Manfredi, è un piacere e se non è un piacere che piacere è?
Torniamo per un momento al pranzo di Natale. Si è iniziato verso le 18:00, alcuni commensali languivano per l’ora tarda! Io ho provveduto a un’amatriciana, un’insalata di pomodori, aglio e basilico e un’altra insalata di pomodori ma con la “Cornabuggia” ovvero l’origano come viene chiamato a Genova e come la faceva mia nonna Elena e, per chiudere, un panettone Maina, Fossano made, coperto di crema pasticcera fatta sempre dal sottoscritto.
La padrona di casa ha cucinato, come da tradizione SoCal, un ottimo Prime Rib, ovvero un bel carré di manzo, cotto per cinque ore in uno “Slow Cooker” una speciale pentola elettrica per arrosti che consente cotture a temperature non troppo elevate e per un lungo tempo, normalmente vanno dalle 3 alle 6-7 ore; ad accompagnare il Prime Rib c’erano cavolini di Bruxell arrostiti al forno e cavolfiore cotto al forno ricoperto di besciamella, si aggiunga che con il Prime Rib nel slow cooker c’era una buona presenza di patate viola dell’Idaho, sontuose e golosissime. Per completare il tutto era innaffiato da Barbera d’Asti con il supporto di un gran fiasco di Chianti.
Mentre gustavo narcisisticamente gli spaghetti all’amatriciana gli altri commensali, eravamo in tutto in 14 più 5 cagnolini petulanti e mendicanti cibarie, ebbene gli altri riempivano il piatto con di tutto un po’; mi sanguinava il cuore vedere il sughetto dell’insalata invadere il cavolfiore con la besciamella o i miei spaghetti a ricoprire il meraviglioso carré, sì perché da queste parti la cena ha una scansione totalmente diversa da quella italica e su di un unico piatto e allo stesso tempo si accatastano le cibarie presenti sul tavolo, non è raro vedere delle lasagne nello stesso piatto con un’insalata di lattuga o un ottimo risotto usato come contorno, qui non esistono primi e secondi, qui tutti insieme appassionatamente con, molto spesso, risultati davvero deludenti, ebbene diciamolo, per palati raffinati come quelli italici.

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