Mi piace pensare che l’arte sia un flusso collettivo. Conservo con gelosia questa idea, forse un po’ ingenua, che si tratti di uno scorrere di personalità sparse per il tempo e lo spazio che lavorano in un’unica direzione pur disperdendosi in milioni di vie. Non è stato motivo di stupore quindi, per me, cominciare durante gli studi accademici a realizzare il concatenarsi delle vicende artistiche nella storia.

Credo che sia andata così quando, in una mostra a Milano nel 2009, White Rabbit di Albert Watson ha posto in Serena i germogli per i suoi autoritratti.

Serena Debianchi, classe 1991, torinese ex-allieva dell’Accademia Albertina, è stata mia collega durante la prima edizione del FISAD – Festival Internazionale delle Scuole d’Arte e Design. Un suo trittico di una bellezza e di una cura rare faceva la sua ottima figura appena entrati nella sala dedicata alla fotografia.  Ancora oggi, se penso a quella mostra, penso subito a quelle tre immagini stampate in grande formato.
In realtà, in quella occasione non ebbi la fortuna di parlare molto con lei delle sue fotografie; l’occasione mi capitò qualche mese dopo, incontrandola per caso a una serata gipsy. Quale momento migliore?

Ho chiesto qualcosa in più a Serena sulle sue fotografie e mi ha spiegato che esistono, di fatto, due filoni creativi nella loro realizzazione. Se alcuni scatti sono attentamente progettati in precedenza, altri lasciano più spazio all’istinto nelle scelte sceniche. Entrambe le tipologie richiedono comunque un lavoro pregresso di costruzione del set, realizzazione dei costumi e del make up – lavoro che può essere svolto in autonomia o essere frutto di collaborazioni con altre menti creative.

Gli scatti in cui si immortala sono scenografici, spesso ammiccanti riferimenti a interi mondi immaginifici. Il suo viso sembra essere fatto apposta per interpretare i suoi personaggi. Non mi piace pensare alla fotografia come a qualcosa che necessita di spiegazioni – può sembrare in contrasto con la mia scelta di tenere una rubrica che parla di autori di fotografie, ma credo che sia importante anche tenere sempre a mente l’importanza della divulgazione. Forse la piattaforma di un blog, per ciò che riguarda le immagini, è più simile a quella di una galleria che alla dimensione editoriale. In questo senso, la mia speranza e il mio augurio per voi lettori di Insipido è che iniziate a frequentare questi autoritratti con uno sguardo molto pulito rispetto a ciò che vi ho raccontato fino a questo momento. Serena è ora una sposa e un attimo dopo è una sirenetta, ma soprattutto, Serena siete voi.

Potete continuare a seguire il suo lavoro su serenadebianchi.com, dove troverete anche interessanti appunti sul processo progettuale dietro le immagini.

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